Genere: punk-rock

Affluenza: ****

Qualità musica: *****

Spirito rock: *****

Qualità drink: ****

Benza: *

Sono Puddu, il vostro Profeta preferito.

Sabato sembrava una di quelle serate fiacche e scariche. Aria nefasta proveniente dalla Cina cominciava a soffiare minacciosa sopra la nostra terra a forma di scarpa, e la gente aveva poca voglia di uscire. Cinema vuoti, centri commerciali deserti, stadi chiusi. Solo pochi intrepidi locali resistevano strenuamente e, incuranti degli allarmismi, continuavano a proporre invitanti concerti e serate di sano rock’n’roll.

Il problema è stato trovare qualche puddista altrettanto coraggioso disposto a venire con me, non solo per farmi compagnia, ma anche perché avevo pochissima benza nella macchina, proprio nella sera in cui – ironia della sorte – stavo per andare a sentire i Senzabenza! La vecchia combo di Latina che, per prima in Italia, ha introdotto il flower-punk, ovvero quel punk-rock scanzonato e ironico, diretto e provocatorio, in certi casi sgangherato ed istintivo, immediatamente accessibile a qualunque ascoltatore.

Tutto questo i Senzabenza lo hanno proposto in un momento – la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 – in cui l’unica forma di punk concepita dalle nostre parti pareva essere quella di matrice hardcore. Oi!. Skin. Punk stradaiolo e barricadero, militante, anti-sistema, dal suono quasi mai orecchiabile, anzi, spesso ostico e disturbante (sebbene sempre veloce ed aggressivo). Una scena fortemente antagonista e politicizzata che scorrazzava nello stivale da  più di una decade, con il mito dei Crass e dei Discharge, dei Black Flag e dei Minor Threat e che, grazie ad alcuni gruppi particolarmente tosti, raggiungeva il successo e la fama perfino all’estero. Anche la nostra regione può vantare una rigogliosa tradizione hardcore, basti citare i celebratissimi Raw Power, nel reggiano, gli Impact di Ferrara, i riminesi Dioxina, o i grandissimi Nabat.

Il riferimento principale dei Senzabenza, invece, erano i Ramones. Brani orecchiabili, fulminei ed essenziali, costruiti sui classici tre accordi. Le tipiche sonorità del gruppo di Forest Hills rivelatrici di influenze surf, rock’n’roll, garage e doo-wop, prima di cristallizzarsi nel pop-punk più famoso al mondo.

L’obiettivo dei Senzabenza, come di ogni band flower-punk che si rispetti, è quello di esaltare la spontaneità, divertire e divertirsi. Ci troviamo, con ogni evidenza, in territori molto distanti dai nightmare dei Negazione, dalla morte che non aspetta dei Wretched, dagli Indigesti osservati dall’inganno, dalle atmosfere alienate, l’inquietudine, gli impulsi di autodistruzione o lo straight edge.

Come dicono gli Impossibili, compagni flower punk: “Odio lo straight edge, odio lo straight edge, odio lo straight edge…”

Ricordo di aver letto da qualche parte che il termine flower-punk, una cui possibile narrazione è consultabile anche in un articolo sulla webzine Ondarock (penso scritto da un puddista), sia nato proprio con i Senzabenza. Non riesco, però, a rintracciare la fonte a cui le mie memorie confuse hanno attinto e adesso non ho voglia di cercare, ma resto comunque abbastanza convinto di quanto appena riportato, anche in virtù della mia proverbiale testardaggine. Ad ogni modo, mi vien da dire: apperò!

Il flower punk!

Apperopperò!

Qualche misero tapino si vergona solo a nominarlo, è un genere particolarmente bistrattato il nostro, e probabilmente per sua stessa natura, facile oggetto di derisione da parte di molti, forse da quelli più freschi, forse da quelli più svegli, ma di sicuro non da parte dei puddisti più funesti (fra cui orgogliosamente mi includo) i quali, al contrario, rivendicano il loro amore per il flower-punk e per tutto quel contorno di pazzi che gli gira attorno e che ha accompagnato più volte il Puddismo durante il suo tortuoso sentiero fatto di concerti e baldorie.

Che poi, a pensarci, cosa vorrebbe dire amare o odiare un genere? Quando uno è bravo, è bravo, qualsiasi genere faccia.

Ebbene, sabato sera al Bar Bléza di Cervia, per il “Karnevale Punk Rock!”, suonavano quelli bravi: i Senzabenza.

Fra tutti i puddisti convocati, solo Stefano Torbarossa ed Elena in the Dark si sono presentati alla punta senza farsi prendere dalla psicosi pandemica che sta ammorbando il paese intero. Come me, anche Stefano ed Elena si presentano senza paura. Sempre come me, anche Stefano ed Elena si presentano senza benza. Le loro auto hanno serbatoi più asciutti dell’inverno che ci accompagna, quindi ci tocca andare con la mia, che ne ha poca, ma non così poca.

Al nostro arrivo il locale ci si spalanca festoso e spumeggiante. Il bancone è una gioia per la vista, sembra quasi vivo, un magico essere il cui verso è un richiamo suadente per chi oltrepassa il portone d’entrata con la notte sulle spalle, il rock nel sangue e una gran arsura in gola. I baristi danno l’idea di comprenderti al volo, ti guardano come già sapessero quello di cui tu hai bisogno e, nel giro di uno scolo, diventano i nostri migliori amici di sempre e di tutti i tempi a venire. Il palco è al centro del locale, spazioso, accattivante… Eppure… per qualche ragione… trovo l’ambiente, in qualche modo, freddino. La gente è ancora poca e i Senzabenza, nel loro tavolino all’angolo, si guardano attorno un po’ smarriti.

Con calma, però, qualche ardito fannullone comincia a sopraggiungere e, mentre noi puddisti ci scoliamo alcune birre strabuonissime al bancone, notiamo la platea in attesa sotto al palco che si fa via via più massiccia.

Eppure… per qualche ragione… continua a sembrarmi timida, poco convinta.

Poi Stefano mi dà una gomitata e mi invita a guardare in direzione dell’entrata, perché la sagoma imponente di un cliente ha appena varcato la soglia, e subito notiamo che il tipo della sagoma imponente è completamente avvolto da una protezione di plastica trasparente con sfumature tendenti al rosa.

Mi rendo conto, sconsolato, del livello di paranoia a cui ci sta portando questo cazzo di coronavirus bastardo. Il tipo dev’essere un matto ma, con la ossessione galoppante degli ultimi giorni, mi aspetto in futuro anche qualcosa di peggio di uno che si fascia interamente il corpo con una sorta di cellophane isolante a copertura totale. Ecco perché la gente è così freddina. – penso – Ecco il perché di questa tensione strisciante, ecco perché molti stasera non sono nemmeno usciti, ecco perché il tipo si è vestito con una tuta protettiva che lo difende dai germi…

“Ma che cazzo stai dicendo, Profeta?” – Mi blocca Elena – “Non vedi che è Giampi, il cantante degli Spaventapassere?”

Spalanco le palpebre sgomento per lunghi secondi prima che il cervello si convinca a realizzare quello che gli occhi stanno comunicando: sono loro.

Sono gli Spaventapassere.

Gli indefessi Spaventapassere, il gruppo pop-punk più famoso e attivo di tutto il continente fiero, che sta per aprire il concerto ai Senzabenza, e Giampi, per l’occasione, è in costume da scena: un enorme preservativo rosa lo ricopre dalla testa ai piedi!

Mentre salgono sul palco tutti i presenti iniziano a ridere e a sciogliersi e, al primo urlo malato di Jek Eternit che annuncia gli attesi e potentissimi accordi delle chitarre, la preoccupazione della gente e la timidezza se ne vanno in un attimo affanculo, calpestate dall’istantaneo pogo e sfracellate dalle urla dei fan che intonano i soliti magici inni: I wanna be-tlemmeTexas TornadoMasturbationLattina di piscioPoi… ti ritroveraaaaai…

Infine è il momento dei Senzabenza, lo storico gruppo attivo da più di trent’anni e che fin dai tempi di “Suono forte e veloce”, in barba a qualche lunga pausa che li ha tenuti lontani solo dagli studi di registrazione, non ha mai smesso di calcare i palchi di tutta Italia (e non solo) esaltandosi quasi naturalmente nella dimensione live. Anche in questa occasione ne danno, infatti, una spaventosa conferma ad ognuno degli eroici testimoni presenti al Bar Bléza.

La scaletta ripercorre un po’ tutta la loro storia, che oggi non vive più solo del pop-punk di derivazione surf/beat con sfumature semi-demenziali dei primi due album – “Gigius” e “Peryzoma” – ma cavalca con stile anche il beat psichedelico impreziosito da synth e farfisa (con liriche per l’unica volta in italiano) di “Vol. IV”, ritrovando il punk settantasettino e sperimentando contaminazioni power-pop nel nuovo Millennio, fino ad arrivare agli ultimi pezzi, pubblicati tra il 2017 (“Pop From Hell”) e il 2019 (il freschissimo “Godzilla Kiss!”) ancora genuinamente flower-punk ma con deliziose derive indie e brit-pop.

Inutile dire che la loro prova live è impeccabile e dirompente, del resto questi hanno suonato insieme ai Ramones e ai NOFX, tanto per dire. Mica scherzano.

Stasera poi sembrano in stato di grazia: secchi, professionali, classe sopraffina. Passano con disinvoltura impressionante dall’impeto al melodico, dalla furia al romanticone, così, come fosse facile. E sempre senza mai una sbavatura che possa corrompere l’estrema pulizia del loro suono.

Insomma, ce ne andiamo soddisfatti e gonfi di emozioni, dopo esserci congratulati con Nando dei Senzabenza a nome di tutti i puddisti ed esserci scolati la stout della staffa, poi ci dirigiamo verso la macchina, pronti a mettere la prima, e…

E invece no.

Davanti al Bar Bléza un’Audi 80 dalla carrozzeria devastata è ferma col motore acceso a sbarrarci il cammino. Dal finestrino dell’autista riconosco Vil-Gil, il puddista iracondo. Successivamente mi accorgo degli altri due passeggeri: Renzone il Babbone e Bicio il teppista. Una compagnia davvero rassicurante.

E’ Bicio a parlare per primo: “Ciao ragazzi, forza, seguiteci! Dobbiamo andare in un altro posto. Non abbiamo tempo da perdere.”

“Impossibile, sono senza benza.” Rispondo.

“Non hanno già suonato?”

Stefano sbuffa: “Coglione, non ci-sono-i-Senzabenza. E’ l’auto del Profeta, che è-senza-benza.” Scandisce.

“Allora salite con noi.” Suggerisce Renzone. Luciferino.

“Ma quanti siamo? Non vedi che non ci stiamo?” Ci opponiamo, già presagendo l’inutilità del tentativo.

“Ma che cazzo te ne frega? tanto guida Vil-Gil, il puddista iracondo.” Ci tranquillizza Bicio senza indugio alcuno, e regalandoci un generoso sorriso.

Incrocio lo sguardo da psicopatico di Vil-Gil che mi fissa sotto i suoi capelli lisci e neri come la morte: “La vostra serata non è ancora finita.” Minaccia.

A volte è davvero dura la vita del Profeta.

Senzabenza nel 1992