Genere: Punk-rock

Affluenza: ****

Qualità musica: *****

Spirito rock: *****

Scala Mercalli: XII

Qualità drink: *****

Sono Puddu, il vostro Profeta preferito.

Dopo lo straordinario successo dell’edizione primaverile dell’ “Arrosti Fest” svoltasi al Circolo Ghirigoro, durante la notte divenuta oramai celebre come “Battaglia di Calabrina”, la pittoresca etichetta discografica ha organizzato una nuova edizione, questa volta al Sidro Club. Un altro colpaccio messo a segno da questo locale mai domo che, oltre ad offrire concerti ed eventi musicali fra i più importanti della regione, ha anche la pazienza di cucinare crostini e altre prelibatezze agli alluvionati che di tanto in tanto vi si rifugiano, e di dissetarli con cocktail eccellenti e con una ricchezza di birre (sia alla spina che in bottiglia) da far cadere la lingua per terra come nei cartoni.

La partecipazione puddista è stata massiva. I fedeli hanno avvertito questo evento come qualcosa di epocale e tutti i massimi vertici erano presenti. Inutile fare elenchi, sarebbe lungo e dispersivo, ma di sicuro quella del 23/11/2019 sarà una data da ricordare. Potremmo persino considerare questo il momento in cui tutto per noi è cominciato, in cui abbiamo definitivamente realizzato che il Puddismo, nato come culto sotterraneo e mezzo segreto, è stato ormai riconosciuto come unica, vera, religione Rock, anche dalle grandi masse.

Le conferme sono arrivate subito, non appena abbiamo adocchiato ovunque nei dintorni del Sidro simboli del Puddismo, nei pali, sulla strada, nelle pareti, nel bagno… Addirittura, il secondo gruppo che si è esibito – i Bad Frog – hanno approfittato dell’incontro per convertirsi e, durante il concerto, hanno gridato – “Ricordate, ragazzi, il Puddismo sta arrivando!” – ufficializzando in tal modo l’affermazione del culto al grande pubblico. Ma andiamo con calma e cominciamo dall’inizio.

L’inizio coincide con la conquista del palco dei Mistura Fritta, di Mogliano Veneto.

Dopo il DJ-set incalzante dell’inossidabile DJ Senso, i Mistura Fritta si presentano strimpellando quattro accordi sgangherati al ritmo di un banale reggae. La gente si guarda attorno stranita – si aspetta altro da un Arrosti Fest – ma si capisce ben presto che si tratta solo di uno scherzone. Una burla.

Il gruppo, a sorpresa, attacca un hardcore aggressivo che dondola fra melodia pop, aggressività metal, vibrazioni ska e che, in un attimo, ridesta la platea. Suonano con grande energia e con una sfrontatezza in fondo divertente, capace di trascinare un pubblico sulle prime ancora timido ma che, ben presto, comincia ad agitarsi sotto i colpi dei loro inni traboccanti ebbrezza e passione.

Poi è stato il momento dei Bad Frog, gruppo di Codogno che ormai conosciamo più che bene e che ad ogni live riesce a sorprenderci con sfuriate sempre più furibonde, ma allo stesso tempo sempre più precise ed equilibrate. Un timbro personale reso immortale dallo scintillio tagliente delle chitarre, dalla potenza e dalla precisione della sezione ritmica, dal vocione inconfondibile dell’insostituibile front-man, supportato dall’uso sapiente dei cori, originali quanto preziosi, che danno un tocco scanzonato, fondamentale nel dipingere quel mondo pittoresco, posizionato a metà strada tra un fumetto surreale e una immaginaria serie-tv umoristica e sbarazzina che ha per protagonista la gioventù lodigiana.

I Bad Frog non concedono tregua: scaricano i loro proiettili a tutta velocità conquistando, in poche mosse, fette di pubblico che si moltiplicano canzone dopo canzone. I ritornelli si appiccicano addosso al primo ascolto, e poi impressionano gli stacchi, le ripartenze, i controtempi da professionisti scafati e il suono pulitissimo, nonostante la foga e il dosaggio di energia sempre settato a mille. La simpatia e la carica goliardica fanno il resto, contaminando tutti gli spettatori che si sentono spinti a tuffarsi in pista, chi in fondo, a sballicchiare con dignità munito di sorrisone soddisfatto, chi nel mezzo, a spintonarsi leggermente cantando a squarciagola insieme al gruppo, chi in prima fila, a pogare con i grandissimi Mistura Fritta, giustamente euforici e satolli, dopo aver dato il loro pregiato contributo alla riuscita della serata.

Va anche detto che, a scatenare questo buonumore epidemico durante i concerti dei Bad Frog, ci pensano anche i testi delle canzoni, che sono geniali ed esilaranti. E’ soltanto difficile seguirli – dal vivo – a causa della velocità folle, ma anche questo fa parte del gioco e del divertimento.

Rimanendo sul tema dei bei testi, ecco che, a chiudere la serata – e a farlo con i botti! – ci pensano ancora loro: il gruppo di punta dell’etichetta, gli spaventevoli Spaventapassere, amici fraterni dei Bad Frog, oltre che compagni di scuderia. L’unico gruppo al mondo che suona con il cuore, ma ragiona con il cazzo.

Giampi indossa un buffo berretto colorato con copri-orecchie. Suona la chitarra e canta con una voce che, in più occasioni, riesce ad evocare i maestri Ben Weasel e Joe Queer, mentre snocciola con stile i tipici versi da Spaventapassere, capaci di far impallidire anche Malena la Pugliese.

Mister X alla batteria, con il volto ricoperto da un inquietante passamontagna nero, macina ritmi così potenti e incazzati da far cagare addosso un leone. Jek Eternit ricama impeccabili linee di basso, ma rimane impresso anche per altre doti, come le urla deliranti e demenziali con cui accompagna il resto della band, ma anche una presenza unica e una faccia che grida Sex Pistols da ogni inquadratura.

Infine Andrea Sarti, deus ex machina, uomo-chiave dell’“Arrosti Records” e chitarrista sopraffino, nascosto sotto al cappello di Babbo Natale.

Visti tutti insieme in costume da scena, più che a un gruppo rock, fanno pensare al Vampa, Torsolo, Katanga e ai compagni di merende, ma quando iniziano a suonare il cuore non ti permette di fare altro se non entrare di prepotenza nel vivo del loro show e rimanerci ridendo di gusto, intonando cori come se si fosse in curva.

Supportati come i Bad Frog, in un paio di canzoni, da due fenomeni della sezione fiati degli IESSE, gli Spaventa riescono ad essere ancora più trascinanti, regalando al popolo del Sidro una prestazione da pelle d’oca.

Dopo gli ultimi pezzi mi spingo fuori a chiacchiere con i membri dei Bad Frog.

Premo (batteria) e Ugge (chitarra tenebrosa) quasi mi commuovono quando ci invitano al grande evento di Natale durante il quale suoneranno allo Stige, la loro città e il loro locale di fiducia. Si tratta di un appuntamento annuale che mi descrivono come l’apocalisse, e sarebbe effettivamente bello parteciparvi, ma dopo il successo di questa sera – spiego loro – se espandessi l’invito, sarebbe difficile impedire l’afflusso improvviso di migliaia di puddisti ubriachi, tutti insieme in un unico locale. Vedremo… Mai dire mai.

Berte (chitarra antagonista) dispensa ai curiosi spiegazioni tecniche sul suono, sulla genesi dei cori o sui metodi di composizione della band mentre prova, con garbo, a divincolarsi dalle tante fan che tentano in qualche modo di circuirlo. Nel frattempo Paolino, il cantante-bassista, si trova di fuori. Lo raggiungo mentre scruta il cielo plumbeo in fondo alla campagna. E’ riflessivo e mi parla, con una punta di malinconia, dei dubbi che può dare la celebrità, del peso che possono avere certi pensieri in una mente troppo accesa, ma mi aggiorna anche sui miglioramenti fatti negli ultimi mesi come giocoliere. La cosa più interessante che mi ha svelato, però, è un sistema di calendarizzazione a cui sta lavorando. Si è convinto che l’attuale sistema gregoriano sia superato. La numerazione degli anni, dei mesi nell’anno solare, dei giorni e delle ore, poggia ancora su principi che risalgono a Sosigene di Alessandria, per non andare ancora più indietro nel tempo, e Paolino ha un piano convincente e ben congegnato per decostruirlo, in meglio. Non posso svelarne ora i particolari dato che il progetto è ancora segreto, ma esistono già le carte scritte, i documenti che certificano l’intuizione e stiamo aspettando solo di fare definitiva domanda di abrogazione.

Dopo essere stato sbalordito dalla sua più che convincente illustrazione, dopo averne appurato la praticità, la semplificazione e il genio che si cela dietro all’idea, il vostro Profeta preferito si è subito convinto di aderire al progetto, di conseguenza modificherà, non appena possibile, il calendario puddista in favore di questo innovativo modo di misurare lo scorrere del tempo, che rivoluzionerà completamente il susseguirsi dei giorni della settimana, e anche le 24 ore che, tanto per cominciare diventeranno 25 e, di conseguenza non saranno più legate alla luce del Sole ma piuttosto a regole più agevoli, ispirate a visioni vagamente anarchiche e punk, ideate dallo stesso Paolino.

Tra una chiacchiera e un’altra ci accorgiamo che il concerto in realtà non è ancora finito. Gli Spaventapassere, dopo lunghe ovazioni, cedono al pubblico che li vuole ancora sul palco. Così torniamo dentro anche noi, giusto in tempo per osservare di persona la completa distruzione del locale.

Sì, perché, non so per quale motivo, ma gli Spaventa decidono di regalare alla folla un bis anomalo, un vecchio cavallo di battaglia che – come loro stessi hanno confessato – non eseguivano più dai tempi della gavetta. Niente meno che un cover dei Pornoriviste: “Pilota”!

E’ stato un attimo. L’incendio è divampato non appena anche gli ultimi inossidabili timidoni nascosti nel locale hanno mollato ogni freno e si sono buttati nella mischia.

Il pogo, a quel punto, era diventato collettivo, un’unica grande onda che si spostava come una bellissima mandria di cavalli selvaggi, scorrazzando sulle ceneri del Rock.

Quando è arrivato il ritornello – Molti dicono che / La tua testa è malata / Ma una bici così / Tu l’hai tanto sognata – i muri del Sidro non sono riusciti più a contenere l’orda. Il locale si è piegato su se stesso.

Mi dicevi che tu / Ti sentivi pilota / Con il senno di poi / Sono stato un idiota. E poi il coro – Oh, oh oh oh… – che ha fatto crollare definitivamente pareti e soffitto, decretando a tutti gli effetti il termine della serata.

Il Sidro ha collassato, è imploso, ma la cosa incredibile è che la gente era ancora lì, sotto le macerie e in mezzo alle fiamme, e continuava a ridere, a spingersi e a ballare, come se nulla fosse mai successo.

Nessuno si è fatto male, per fortuna. Dispiace solo per i Bad Frog che avrebbero dovuto dormire al piano di sopra ma che, purtroppo, hanno visto schiantarsi il loro giaciglio. Non so come abbiano fatto e se siano riusciti a coricarsi, anche perché noi puddisti siamo fuggiti quasi subito per paura di essere incolpati della catastrofe.

Di questi tempi siamo visti un po’ con diffidenza a causa del dirompente successo che stiamo avendo e dell’incremento esponenziale dei fedeli. Abbiamo quindi messo presto la prima… e ciao.

Spero che i nostri amici Bad Frog abbiano trovato una sistemazione per la notte.

Per quanto riguarda il locale, invece, ho saputo che è già stato ricostruito.

Nel giro di neanche 24 ore. Tale e quale a prima!

Il miracolo è avvenuto perché al mattino, sul posto, erano rimasti molti clienti che avevano partecipato alla serata. Con ancora l’adrenalina e l’esaltazione accumulata durante i concerti e una quantità di alcol nel sangue pari a quella di John Bluto Blutarsky in “Animal House”, hanno deciso di smaltire la sbornia mettendosi al lavoro. In particolare, a capo del cantiere, si sono imposti i Mistura Fritta, i quali, da bravi veneti laboriosi e pratici, hanno in qualche modo racimolato gli attrezzi, montato le impalcature, organizzato i compiti per gli altri volontari, rimediato calce, cemento, mattoni e anche una damigiana di vino per rendere più piacevole l’attività.

In men che non si dica il Sidro Club era ancora in piedi, come nuovo.

Anzi, forse ora è ancora più bello di prima.

Tutto è bene quel che finisce bene.